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“Ecco come sarà il dj del futuro. E con Boss Doms puntiamo a fare la differenza” – Libero Quotidiano

Leonardo Filomeno

08 aprile 2021

I giorni dell’Italia in rosso non smorzano la voglia di parlare e il sorriso. Piero Pirupa è al telefono dalla sua Teramo. Riflette sull’atteggiamento di certi big della techno ed è difficile dargli torto. Su come dovrà essere il dj producer del futuro non ci gira intorno, il suo schema l’ha già messo a fuoco. A supportarlo in questo cambiamento ci sarà il colosso della dance Spinnin’ Records. Qui ha aperto il 2021 col singolo No Control, sull’etichetta del leggendario Tiësto. E’ la fotografia di ciò che piace ora in Inghilterra: pianata house classica, una bella voce, tanta melodia. L’influsso 90’s è forte anche nella sua versione di Everybody’s Free, super classico di Rozalla, in uscita il 16 aprile su Spinnin’ Deep, con annesso remix di Deeper Purpose che avrebbe sicuramente funzionato nei club.

 

 

Ha quel suono tech house che ti ha portato a collaborare con le più prestigiose etichette. 
“Il collega Deeper Purpose è stato fedele al mio stile di sempre, ma col suo remix non c’entro niente (ride, ndr). Per quanto mi riguarda, ho cominciato ad alternare produzioni tech house a pezzi pop dance. Avrei dovuto farlo già nel 2013, dopo il successo di Party Don’t Stop. Le strade, all’epoca, erano due: questa o la techno. Optai per la seconda. Col senno di poi senz’altro non lo rifarei”. 
Come mai? 
“La techno è un circolo chiuso, fatto da persone snob. Ragionano così: ‘I più fighi siamo noi, chi fa generi diversi deve inchinarsi’. Visti da dietro uno schermo, i vari Adam Beyer, Joseph Capriati o Marco Carola sembrano cool. Dal vivo la storia è diversa. Se non sei loro amico non ti esibisci in quel circuito. Ho fatto uscire i miei dischi su etichette techno prestigiose come Suara o la Drumcode dello stesso Capriati. Ma serate con loro zero”.
Carl Cox però è un amico, per il suo party allo Space ti sei esibito a lungo. 
“E’ l’unico con un po’ di umanità. Con un abbraccio ti stritola. Sa voler bene a una persona. Anni fa mi ospitò nella sua casa ad Ibiza. Suoi ospiti erano anche il citato Adam Beyer, Hot Since 82, Yousef ed altri big. Nonostante in passato avessi collaborato con l’etichetta di Beyer, Adam fu freddo con me, quasi non mi calcolò. Fu chiaro che il supporto ed i complimenti per la mia versatilità erano stati un modo per sfruttare il successo avuto in precedenza con Party Don’t Stop e portare un artista in ‘hype’ sulla sua etichetta. Niente di più”. 
E’ un momento particolare per i dj, già prima della pandemia i produttori erano diventati più centrali nella scena. 
“Questo i colleghi della techno lo sanno bene (sorride, ndr). Senz’altro una produzione dura più di un dj set. Prendi un Marco Carola o uno Sven Väth. Con un singolo non ottengono il risultato che hanno in pista proponendo la loro scaletta, magari la stessa che hanno consigliato su Beatport in fotocopia. Anche se in console non li batte nessuno, sanno che quella ‘bravura’ in studio e quel lato produttivo non ce l’hanno. Per questo sono contro i grandi produttori ed hanno paura di essi”.
Il vantaggio sarà per chi riesce a produrre più generi? 
“Secondo me, l’esempio lampante di come dovrebbero essere i produttori dance è Vintage Culture: piace ad etichette come Spinnin’ ma anche alla Defected o alla Repopulate Mars. Fare il dj e fare musica sono cose diverse. Il dj deve ascoltare e selezionare musica per le serate. Il produttore deve ascoltare dischi nuovi e vecchi per trarre ispirazione da essi ed arrivare tutti”.
Guetta e Calvin Harris, a forza di adattarsi, hanno dovuto inventarsi degli pseudonimi per provare a tornare sui propri passi. 
“Loro sono ormai un prodotto pop. Vedere Guetta esibirsi come Jack Back in contesti più piccoli fa sorridere e pare una forzatura. E’ come se volessero a tutti costi tornare alla loro dimensione di un tempo, da dove sono partiti, proponendo il sound che li ha fatti crescere. Il punto è che se decidi di fare pop e reggaeton non credo sia possibile una operazione del genere. Né credo possano avere un grande appeal per chi dovrebbe comprare serate in cui utilizzano quei nomi. Probabilmente lo fanno solo per ottenere soddisfazioni come produttori dance puri, avendo carriere ormai segnate”.
Quando i locali riapriranno come sarà? 
“Peggio di com’era in passato”.
Sull’Italia resti critico? 
“Fino a prima della chiusura eravamo in balia delle agenzie. Per avere un top dj underground dovevi prima far esibire altri 4/5 artisti della stessa agenzia, o il dj in questione si portava appresso i soliti del suo ‘giro’. Siamo gli unici al mondo a pagare di più le ospitate di quel tipo di dj. Con le riaperture si dovrà puntare giocoforza e su party grandi e grossi nomi. Quindi, se già prima gli emergenti e i dj italiani più piccoli facevano fatica ad esibirsi, in futuro resteranno direttamente a casa. All’estero il meccanismo è inclusivo. Nei top party inglesi ci sono il top dj di turno e gli emergenti. Anche il pubblico è più consapevole. Nei club inglesi vedi anche gente che ha più di 20 anni. In Italia l’ignoranza musicale è preponderante. La gente va in un locale perché ci vanno tutti, non perché vuole andare a sentire Loco Dice”.
Sempre sugli italiani: “Con i colleghi produttori non si è creato un rapporto vero. Non mi sono mai sentito a mio agio”.  
“Sul versante pop dance ci sono stati Merk & Kremont e soprattutto i Meduza, ma sono stati casi isolati. Da loro, ormai ‘giganti’, mi aspetto che parta la spinta a creare un po’ di sinergia tra di noi. Anche se, francamente, tutta ‘sta voglia di fare cose assieme non la vedo. Senz’altro, a lungo non siamo stati all’altezza degli inglesi, degli americani. Nelle poche esperienze che ho avuto in Italia, tante chiacchiere e fatti zero. Ad alcune etichette italiane, ai tempi della mia Clarity Of Love e dei singoli successivi, ho dato grande importanza e fiducia, al netto della loro poca concretezza. Le loro scelte musicali sono state poco centrate, sono rimaste di nicchia. Da certi team mi sarei aspettato un percorso alla Defected, ma alla fine dischi di quel tipo li facevano solo con me. Una mancanza di visione e investimenti inesistenti non hanno permesso, negli anni ’10, l’esplosione di nuove realtà discografiche. E quelle piccolissime tali sono rimaste. O sono sparite”.
Dopo revival e cover ancora passato per la dance? 
“Anche se porti ad una major tracce inedite, ora scelgono le cover. Prima della pandemia ce n’erano senz’altro di meno in circolazione. Permettono di fare numeri con zero rischi. Ma è un trend passeggero. La dance tornerà in radio. Finito questo momento, una traccia nuova, partendo dai club, tornerà ad avere la chance di diventare una hit. Già oggi la tendenza è di puntare su produzioni house e tech house con sopra voci interessati, ritornelli incisivi, anche dal mondo dell’hip hop”. 
Tra le pop star odierne che ti piace? 
“Dua Lipa è una minestra riscaldata. Fa cose legate al dancefloor, già sentite, nei testi e a livello musicale. Non è la nuova Madonna o Lady Gaga e non credo sia assolutamente alla loro altezza. Sicuramente uno dei momenti più interessanti della carriera di Rihanna è stato quello in cui si è messa a fare dance con Calvin Harris. Ultimamente si è data alla moda e ai cosmetici. Se dovesse tornare a fare musica, ecco, una produzione con lei per me sarebbe il massimo”.
Dopo 10 anni volgere lo sguardo altrove è del tutto normale. 
“C’è una grossa intesa tra me e Boss Doms. Lui è tra quei ‘big’ di cui ti parlavo prima che possono permettersi di creare qualcosa di grosso in Italia. Io e lui puntiamo a dar vita a un gruppo di artisti dance italiani in grado di fare come un tempo la differenza, partendo da me e colleghi come Roberto Surace. Quando finirà il Covid, conto di trasferirmi a Milano, per poter lavorare nello stesso studio. Non farò cose alla Takagi & Ketra. Non sentirai mai da me produzioni con il bpm lento o reggaeton. Resterò dance”. 
All’inizio hai detto: “In questi mesi di pausa forzata ho anche pensato di farmi da parte”.  
“Avevo un conto ancora in sospeso con la dance di taglio più radiofonico. Dunque, o mi fermavo per un po’ o cercavo qualcosa che mi desse maggiore stimolo. Credo che questo tipo di musica, adesso, possa darmelo. Un percorso alla Tiësto non mi dispiacerebbe affatto”.
Il successo è un risultato condiviso o lo devi solo a te stesso? 
“Ho ascoltato tanto mio fratello Leon, a casa mentre mixava, e seguendolo nelle feste in cui si esibiva. Mio padre è batterista. Negli ultimi anni ho vissuto a Barcellona e a Londra. Il Covid mi ha riportato a Teramo, la mia famiglia ne ha tratto giovamento, si è riunita. Mio fratello ha sicuramente fatto scattare la scintilla. Ma tutto ciò che ho fatto lo devo a me stesso. Ispirazioni e successi li ho sempre cercati da solo”.

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bourbiza

Bourbiza Mohamed. Writer and Political Discourse Analysis.

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